8 per 1000

OTTO PER MILLE

 

ORIGINI STORICHE

 

Il sistema di finanziamento alla Chiesa cattolica, introdotto dalla legge 20 maggio 1985, n. 2221, trae le sue origini dall’esigenza di rivedere radicalmente gli impegni finanziari dello Stato nei confronti della Chiesa cattolica, nonché dal proporre un sistema che potesse essere esteso anche alle altre confessioni religiose che avessero stipulato un’Intesa con lo Stato italiano.

 

Già dall’introduzione della Carta costituzionale nel 1948, che, pur ribadendo la validità del sistema definito dai Patti lateranensi del 19292, aveva comportato il superamento del concetto del cattolicesimo come religione di Stato, si era rafforzata la necessità di porre mano al sistema vigente che oramai presentava evidenti ambiti di contraddizione, visti i privilegi di cui ancora godeva la Chiesa cattolica. D’altro canto, la questione era vivacemente dibattuta anche all’interno delle gerarchie cattoliche, soprattutto in seguito al clima e alle determinazioni del Concilio Vaticano II, in particolare sulla necessità di una radicale riforma del sistema beneficiale, e all’entrata in vigore, nel 1983, del Codice di diritto canonico3.

 

Il meccanismo fino a quel momento in vigore, infatti, era fondato sul cosiddetto sistema beneficiale-congruale, le cui origini risalgono all’VIII secolo ma il cui sviluppo fu determinato dalle cosiddette “leggi eversive”, promulgate nel 1855 nel Regno di Sardegna e poi estese agli altri Stati annessi al Regno nel 18664. Tale sistema era volto, da un lato, a garantire il sostentamento dei titolari di determinati uffici ecclesiastici (vescovi, parroci, canonici, ecc.) attraverso il reddito di uno specifico patrimonio annesso all’ufficio, il cosiddetto “beneficio”; dall’altro, a garantire un dignitoso mantenimento al clero in cura d’anime il cui reddito era insufficiente, attraverso la corresponsione di un assegno a titolo di “supplemento di congrua”.

 

EVOLUZIONE GIURIDICA

 

L’occasione per affrontare la riforma fu offerta dall’Accordo fra la Santa Sede e la Repubblica Italiana del 19845 di revisione del Concordato lateranense del 1929 che, all’articolo 7, n. 66, prevedeva la costituzione di un’apposita Commissione paritetica con il compito di predisporre le norme “per la disciplina di tutta la materia degli enti e beni ecclesiastici e per la revisione degli impegni finanziari dello Stato italiano e degli interventi del medesimo nella gestione patrimoniale degli enti ecclesiastici

 

 La Commissione, constatando il venir meno dei presupposti – giuridici e storici – del sistema beneficiale-congruale, riconobbe “l’indubbio interesse collettivo alla introduzione di nuove forme moderne di finanziamento alle Chiese attraverso le quali si agevoli la libera contribuzione dei cittadini per il perseguimento di finalità ed il soddisfacimento di interessi religiosi8”.

 

Il sistema delineato dalla Commissione si sarebbe basato su alcuni principi che tenevano in considerazione – inter alia – il riconoscimento del valore del diretto apporto del cittadino, e di una sua responsabilità, nella vita delle comunità ecclesiali e religiose; la predisposizione di alcuni meccanismi di autofinanziamento; la finalizzazione dei flussi finanziari esclusivamente al sostentamento del clero e ad altri determinati fini; la definizione di un sistema per il sostentamento del clero che prevedesse la conoscibilità delle effettive destinazioni dei flussi finanziari.

 

Le nuove norme di finanziamento della Chiesa, con particolare attenzione al sostentamento del clero, venivano così a costituire un sistema moderno il quale, anche alla luce di quelle che erano le più avanzate esperienze giuridiche straniere del tempo, miravano ad agevolare la libera contribuzione dei cittadini e a rispettare le loro scelte, attraverso un meccanismo che ne valorizzasse le indicazioni di destinazione. Le caratteristiche precipue del nuovo meccanismo, e che si rinvengono negli articoli da 47 a 51 della legge 20 marzo 1985, n. 222, furono presentate dalla Commissione paritetica nei seguenti termini: dopo un primo periodo transitorio (1987-1989), “e quindi a far data dal 1° gennaio 1990, verrà a cessare ogni contributo finanziario diretto da parte dello Stato e diverrà operante un meccanismo bilanciato e concorrente di finanziamento autonomo ed orientato: 1) lo Stato ammetterà a deduzione fiscale, entro il tetto massimo attuale di lire un milione, le oblazioni fatte dai cittadini, mediante versamento su unico conto corrente intestato alla Conferenza Episcopale Italiana, e diretta al sostentamento del clero9; 2) lo Stato riserverà una quota dello 0,8 % della massa Irpef dichiarata ciascun anno a scopi di interesse sociale e/o di carattere umanitario a diretta gestione statale (interventi straordinari per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali); a scopi di carattere religioso a diretta gestione della Chiesa cattolica (sostentamento del clero, esigenze di culto della popolazione, interventi caritativi a favore della collettività nazionale o di Paesi del terzo mondo) o di altre confessioni religiose interessate sulla base di intese con esse. Saranno, dunque, i cittadini a scegliere e decidere individualmente a quali scopi debba essere devoluta la quota predetta mediante opzione in sede di denuncia Irpef: la ripartizione delle somme avverrà in proporzione delle scelte operate. Il sistema, quindi, non comporta alcun incremento di imposta per i cittadini10”.

 

Data la complessità iniziale del sistema, i risultati dell’applicazione del nuovo sistema di finanziamento si sarebbero potuti osservare solo dopo qualche anno; fu quindi prevista l’istituzione di una apposita Commissione paritetica, i cui componenti sarebbero stati nominati dal Governo italiano e dalla Conferenza Episcopale Italiana, con il compito di procedere alla eventuale revisione del tetto massimo di deduzione fiscale e alla valutazione del gettito della quota dell’otto per mille dell’Irpef, ai fini della eventuale nuova definizione della medesima da parte dello Stato. Il sistema delineato dalla legge 20 marzo 1985, n. 222, rappresenta oggi il meccanismo di finanziamento indiretto anche a tutte le altre confessioni religiose che abbiano stipulato una intesa ai sensi dell’articolo 8 della Costituzione. Attualmente, pertanto, partecipano alla ripartizione della quota dell’otto per mille del gettito Irpef anche le Chiese rappresentate dalla Tavola Valdese, l’Unione italiana delle Chiese Cristiane Avventiste del 7° giorno, le Assemblee di Dio in Italia (che partecipano alla ripartizione della sola quota risultante dalle scelte espresse) l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, la Chiesa Evangelica Luterana in Italia

 

COME FUNZIONA

 

Nel dettaglio, i meccanismi che regolano la ripartizione della quota dell'otto per mille dell'IRPEF sono contenuti negli articoli 47, 48 e 49 della legge 20 maggio 1985, n. 222.

 

In forza del disposto dell'articolo 47, secondo comma, “una quota pari all'otto per mille dell'imposta sul reddito delle persone fisiche, liquidata dagli uffici sulla base delle dichiarazioni annuali, è destinata, in parte, a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario, a diretta gestione statale e, in parte, a scopi di carattere religioso a diretta gestione della Chiesa cattolica. Le destinazioni di cui al comma precedente vengono decise sulla base delle scelte espresse dai contribuenti in sede di dichiarazione annuale dei redditi. In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse”.

 

La consistenza del dato contabile, quindi l’intero ammontare da ripartire tra le diverse confessioni religiose e lo Stato, è sempre proporzionale (otto per mille) all’importo che lo Stato incassa a titolo di Irpef.

 

La ripartizione è invece esclusivamente collegata alla volontà dei contribuenti che, senza alcun obbligo, esprimono la propria preferenza in sede di dichiarazione annuale dei redditi.

 

È bene ricordare che il dichiarante, attraverso la sua firma su apposito modulo da consegnare separatamente alla eventuale dichiarazione dei redditi, non destina l’otto per mille dell’importo da lui pagato a titolo di Irpef (come per l’istituto del cinque per mille, di recente istituzione), bensì esprime solo la preferenza di destinazione.

 

Il totale dell’ammontare assegnato a ciascuna confessione religiosa o allo Stato è proporzionale al numero delle scelte espresse da ciascun dichiarante, è infatti la percentuale di preferenza sulle scelte espresse che determina l’assegnazione dei fondi derivanti dalle scelte non espresse.