Messaggio della settimana di Don Giuseppe


Lettera di Don Giuseppe  del 24 Ottobre  2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

XXX Domenica del tempo ordinario     25 Ottobre 2020

 

L’unione dei due comandamenti

               

                Il Vangelo ci ripropone un ennesimo tentativo dei farisei di cogliere in errore Gesù. La domanda riguarda la precettistica che componeva la Torah (613 comandamenti), tutti da osservare e che arrivano a normare comportamenti anche minuziosi. Peraltro, le interpretazioni di quali fossero le fonti del diritto ebraico differivano da gruppo a gruppo, generando contenziosi “legali” sulla disciplina religiosa che era anche quella sociale. In altre parole, domandare a Gesù quale fosse il comandamento più importante significava  costringerlo ad assumere una posizione non intermedia.

                Secondo Matteo, è stato Gesù a consegnare ai suoi discepoli il primo comandamento e poi quel secondo, a suo dire simile al primo. La sterminata mole di precetti e comandamenti viene riassunta in poche parole dalla potenza straordinaria. Qual è il primo comandamento? “Amerai”: una parola carica di futuro, a metà strada tra un imperativo e un indicativo, dunque tra una norma e una promessa. I comandamenti di Dio non sono pietre che cadono dall’alto e sfracellano le persone: muovono le motivazioni e sono in grado di dare senso alla loro vita. Che cosa può dare senso al nostro esistere, quale regola avere nel (difficile) cammino della vita? Siamo tutti in cerca di risposte a questi quesiti e abbiamo voglia di qualcuno che possa consegnarci parole sensate, che non siano solo liste di doveri. Gesù si assume questo coraggio e ci restituisce un punto di arrivo e ci condensa nella parola: “Amerai”.

                Cosa significa “amare Dio” non è così chiaro come si possa pensare. Giovanni dirà nelle sue lettere che si presto ad amare Dio disprezzando temporaneamente il prossimo: e ciò più facilmente accade quando si perde di vista la concreta umanità di Gesù, per cui Dio diventa un concetto astratto, talmente etereo da giustificare ogni tipo di comportamento, appunto in nome suo. Amare Dio con tutto sè stessi, come propone Gesù, cioè con la totalità mente-cuore-anima, essere sbalzati al di fuori di se stessi, essere sospinti verso una trascendenza  che non si da nessun confine. Non è possibile fissare una misura all’amore di Dio, perché ci supera così tanto che non potremo mai possederlo.

 

                Diverso è per l’amore del prossimo: per poter amare l’altro siamo chiamati non solo ad andargli incontro, ma anche a rientrare in noi stessi. Il prossimo, infatti, va amato come sé stessi. Se ci mettiamo in ascolto di noi stessi, possiamo ritrovare cosa significhi essere amati ed avere così un modello per amare l’altro. Questo non significa che dobbiamo essere noi la misura dell’amore; significa invece che se ci poniamo in ascolto di noi stessi, possiamo capire cosa sia oggi e cosa sia stato per noi essere amati, al fine di trarne spunto per amare l’altro.

 

                Il primo comandamento ci proietta oltre noi stessi, il secondo comandamento ci conduce nell’intimo di noi stessi e di lì verso i fratelli. È come se avessimo bisogno di entrambi i comandamenti, in  modo che ognuno preservi dagli eccessi dell’altro. L’amore di Dio può diventare scusante per fare ciò che si vuole o pretesa di possedere Dio stesso; l’amore del prossimo può avvenire nel porre sé stessi come misura ultima. Invece l’unione dei due comandamenti è antidoto agli opposti eccessi.